Percorso geografico

Americhe

Il percorso di visita inizia con le vetrine della Patagonia e della Terra del Fuoco. Gli oggetti esposti sono un’importante testimonianza di culture ormai scomparse.
Nella vetrina dedicata alla Patagonia viene illustrata l’attività della caccia praticata dalle popolazioni indigene messa a confronto con quella dell’allevamento del bestiame introdotta dei coloni argentini, che ne compromise l’intero ecosistema. Per fare spazio agli animali da allevamento, infatti, i coloni sterminarono le specie locali, tra cui i guanachi, lasciando gli indigeni senza la selvaggina di cui nutrirsi e della quale usare le pelli per coprirsi. E così gli indigeni cominciarono a cacciare i “guanachi bianchi”, le pecore. La reazione degli allevatori fu estremamente violenta: non esitarono a far strage di indigeni per salvaguardare il loro bestiame.
Al momento del contatto si presume che gli indigeni fossero da 5 a 10 mila, distribuiti su un territorio vastissimo. Nella Patagonia meridionale vivevano i Tehuelche, cacciatori terrestri come gli Ona, che  abitavano nell’isola Grande della Terra del Fuoco. A questi poi si devono aggiungere gli indigeni del mare, i Kawèsqar e gli Yàmana, pescatori nomadi che abitavano gli arcipelaghi dal sud del golfo di Pena a Capo Horn.

“Esploratori, estancieros e militari non ebbero scrupolo di scaricare i loro fucili sul corpo dei poveri indi, come se si trattasse di altrettante fiere, o di selvaggina, e di strappare dal fianco dei loro mariti e dai loro padri donne e ragazze per esporle a ogni vituperio; di allontanarle dai loro focolari domestici per portarle in terre straniere in nome della scienza, e di esibire questi poveri indigeni al pubblico, come gli esseri più degradati del genere umano”

Alberto Maria De Agostini

Nella vetrina della Terra del Fuoco – nome scelto da Magellano, sorpreso dalla gran quantità di fuochi degli accampamenti indigeni avvistati lungo la costa – è evidenziata la grande capacità delle diverse popolazioni di utilizzare le scarse risorse naturali per soddisfare i bisogni essenziali di un’economia di sussistenza, basata sulla caccia di guanachi o sulla pesca costiera e la raccolta di molluschi.
Nella Terra del Fuoco, il processo di estinzione degli indigeni fu molto violento e rapido, con maggiore intensità nel periodo compreso fra il 1884 e il 1905.

Il percorso continua presentando la cultura materiale delle popolazioni del Gran Chaco per illustrare la vita nomade di gruppi di cacciatori e raccoglitori di Bolivia e Paraguay e prosegue fino a raggiungere in Ecuador gli Shuar, attualmente il gruppo indigeno più numeroso e influente dell’Ecuador meridionale. Identificati dagli Spagnoli con il termine Jivaros, probabilmente derivato da un’erronea trascrizione del termine Shuar, fino a tempi recenti ampiamente utilizzato anche nella letteratura etnografica, ne hanno subito l’accezione dispregiativa di “violenti”, “ribelli” o “arretrati”, “primitivi”, perché rappresentano un caso rarissimo di resistenza alla penetrazione bianca. Solo a partire dagli anni Sessanta si è avviato un processo di pacificazione, con alterne vicende, e l’intervento salesiano in questa direzione è stato fondamentale per salvaguardare la sopravvivenza stessa di queste popolazioni.
Nelle vetrine dedicate agli Shuar sono esposti manufatti realizzati grazie alla filatura del cotone, alla lavorazione della ceramica e all’accostamento di piume, semi e elitre di coleotteri per la confezione di ornamenti. Una menzione particolare merita la tsantsa (testa ristretta), retaggio delle celebrazioni della forza dei guerrieri: dopo il successo di una spedizione a un villaggio nemico, i vincitori procedevano al taglio delle teste, poi ristrette per catturarne lo spirito e impedirne la vendetta.
Come si è detto, la collezione più importante del MEM è quella dei Bororo del Mato Grosso, in Brasile. Anche nelle vetrine a loro dedicate si è inteso dare spazio alle attività quotidiane – rispettivamente coltivazione degli orti, intreccio di fibre e manifattura della ceramica domestica per le donne e caccia e pesca per gli uomini – per passare poi alla sfera religiosa e al cuore delle pratiche rituali, rappresentato dalle cerimonie funebri. Nel corso di questi eventi, i familiari del defunto e gli altri membri del villaggio indossano elaborati e variopinti ornamenti di piume e con canti, danze e riti evocano personaggi ed eventi mitologici affinché siano presenti in un’occasione importante tanto per la comunità dei vivi quanto per quella dei morti. Tra gli uomini del villaggio se ne sceglie uno che rappresenta il morto e che parla al suo posto suonando una zucchetta funeraria al ritmo caratteristico del suo clan. Il suo corpo viene ornato di pitture e di piume e sul suo capo viene posta una grande visiera fatta di piume di ara.
I Bororo esprimono la loro identità e la loro struttura socio-politica attraverso l’arte plumaria. Nella loro società madrilineare la filiazione di ciascun individuo si identifica attraverso le piume che utilizza: ciascun clan crea i suoi oggetti rituali selezionano le piume di uccelli differenti in funzione della loro intensità cromatica. Per i Bororo le piume degli uccelli sono elementi magici e di potere, in particolare quelle delle ali e della coda che simboleggiano la capacità di volare. I Bororo dedicano alla realizzazione dei manufatti un’attenzione meticolosa alle proporzioni, alla simmetria e all’equilibrio cromatico, perché l’aspetto estetico è molto importante nell’affermazione dell’individuo e nel suo riconoscimento sociale.
L’ornamento che più rappresenta l’identità bororo è il pariko, il diadema di penne di ara portato sulla fronte durante il rito funebre esclusivamente dagli uomini.
Le altre vetrine dedicate al Brasile ospitano le collezioni dei Carajá e degli Xavante, costituite da oggetti di uso quotidiano e ornamenti in piume.
Un particolare cenno meritano le figurine in terracotta realizzate dalle donne carajá, considerate vere artiste della lavorazione dell’argilla di fiume: si chiamano lixocos e sono cotte al sole e dipinte con i pigmenti estratti da due bacche – l’urucú per il rosso e il genipapo per il nero – per tratteggiare alcuni elementi del viso e del corpo. Alcune recano una striscia di corteccia (tapa) che riproduce l’abito tradizionalmente utilizzato dalle donne.

Anche nelle vetrine dedicate all’area amazzonica del Rio Negro sono esposti oggetti di uso quotidiano, quali canestri e intrecci per la lavorazione della manioca, base dell’alimentazione locale, armi per la caccia e la pesca, oltre a svariati ornamenti usati nel corso di feste e cerimonie.
Quotidianità e ritualità sono la chiave di lettura dell’esposizione degli oggetti degli Yanomami del Venezuela, che periodicamente, in seguito all’accumulo di prodotti dell’attività agricola e della caccia, si riuniscono per celebrazioni rituali, occasioni queste per ristabilire l’equilibrio tra i diversi gruppi, ostentare le proprie ricchezze e gli ornamenti, effettuare scambi e accordi e, unitamente, ad accompagnare i defunti nell’aldilà.
In esposizione si trovano armi per la caccia e giacigli improvvisati in fibra, terraglie, gerle e cesti per la raccolta e la preparazione di cibi, indumenti in fibra di cotone, e nelle vetrine successive ornamenti festivi in piume e strumenti necessari per il rituale funerario, in particolare gli accessori per il rito osteofagico, quando le ceneri del defunto vengono consumate insieme a un frullato di banane per garantire la continuazione della vita degli antenati attraverso la loro discendenza.

DOVE

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